I sindacati del Comparto Difesa e Sicurezza ad ordinamento militare lanciano un messaggio che il Governo non può ignorare.

La storica manifestazione del 18 luglio a Roma, promossa da ITAMIL Esercito, USAMI Aeronautica, SINAFI Guardia di Finanza, NSC Carabinieri e SILMM Marina, insieme ad altre organizzazioni sindacali e associazioni, ha riempito Piazza della Repubblica e ha trasmesso un messaggio che il Governo e il Ministero della Difesa non possono ignorare.
La mancata firma del contratto di lavoro 2025-2027 da parte di numerose organizzazioni rappresentative segna un punto di svolta nel sindacalismo militare.
Secondo quanto affermato dalle organizzazioni promotrici, nove sigle sindacali su quattordici del comparto Difesa, quattro su sette dell'Arma dei Carabinieri e tre organizzazioni rappresentative dell'Esercito su sei non hanno sottoscritto il rinnovo contrattuale. Un dato che, per ampiezza, rappresenta un segnale politico e sindacale di particolare rilievo.
Per ITAMIL non si è trattato di una scelta semplice. Sarebbe stato più facile firmare e dichiararsi soddisfatti. Più difficile è stato dire no, assumendosi la responsabilità di rappresentare il disagio di migliaia di donne e uomini in uniforme.
Le ragioni del dissenso riguardano risorse economiche ritenute insufficienti, l'assenza di interventi concreti sulle pensioni, sulla specificità, sull'agibilità sindacale, sulle famiglie divise dal lavoro, sul pendolarismo, oltre alla necessità di rivedere la legge n. 46 del 2022, che secondo molte APCSM continua a limitare l'effettivo esercizio dei diritti sindacali.
Le organizzazioni contrarie al contratto ritengono che non fosse possibile firmare un accordo giudicato inadeguato né trasformare in risultati concreti promesse che, allo stato, non trovano riscontro nel rinnovo contrattuale.
La manifestazione era aperta a tutte le forze politiche senza alcuna distinzione. Le organizzazioni promotrici hanno ribadito la propria autonomia, indipendenza e neutralità rispetto ai partiti, ma ritengono che quanto accaduto debba indurre il Governo ad aprire una seria riflessione.
Dopo quattro anni di legislatura, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni non ha ancora incontrato i sindacati militari. Di fronte a un dissenso così ampio, appare legittimo interrogarsi sulle ragioni di questo crescente malessere e valutare se l'attuale impostazione della legge n. 46/2022 abbia realmente favorito un moderno sistema di relazioni sindacali.
Il dissenso non può essere liquidato come una posizione marginale o strumentale. È il sintomo di un malcontento profondo che coinvolge una parte significativa delle rappresentanze sindacali della Difesa.
La firma di alcune organizzazioni non cancella il dato politico emerso: il contratto 2025-2027 non ha ottenuto il consenso della maggioranza delle rappresentanze sindacali del comparto Difesa.
Ancora più significativo è il confronto con il precedente rinnovo contrattuale. Allora erano soltanto due le organizzazioni che avevano scelto di non firmare. Oggi sono diventate nove su quattordici.
Per ITAMIL questo dimostra che la strategia della chiusura, della rigidità e dei provvedimenti nei confronti dei rappresentanti sindacali critici non ha prodotto maggiore consenso. Al contrario, ha rafforzato la consapevolezza di molte organizzazioni della necessità di difendere con maggiore determinazione i diritti del personale militare.
Per queste ragioni, ITAMIL lancia un appello a tutti i leader politici, di maggioranza e di opposizione, affinché incontrino i sindacati militari e aprano finalmente un confronto serio, libero da pregiudizi e orientato alla ricerca di soluzioni concrete. Le donne e gli uomini in uniforme chiedono di essere ascoltati su temi che riguardano il contratto, le pensioni, la specificità, l'agibilità sindacale, il pendolarismo, le famiglie divise dal lavoro e la piena tutela dei loro diritti.
Il Governo è chiamato ad ascoltare questo messaggio. Non si tratta soltanto di una contestazione contrattuale, ma dell'espressione di un disagio che attraversa una parte significativa del personale in uniforme.
Ignorarlo significherebbe perdere un'importante occasione di dialogo. Ascoltarlo, invece, potrebbe rappresentare il primo passo verso una stagione di riforme condivise, capace di restituire dignità, fiducia e pieno riconoscimento a chi ogni giorno serve lo Stato.
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